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Le potenzialità dell’export dei salumi nei Paesi emergenti

Fra le novità di quest’anno di Esportare la Dolce Vita, lo studio di Confindustria dedicato alle dinamiche export dei prodotti belli e ben fatti (BBF) sui mercati emergenti c’è la presenza di un focus specifico sui salumi. A partire dalla crisi economica del 2008 il settore dei salumi, al pari di altri molti comparti del Made in Italy, ha sperimentato l’importanza delle esportazioni per rispondere alla crisi dei consumi interni. Il confronto con il mondo esterno, soprattutto con i mercati emergenti ha rappresentato una sfida affascinante.
Proprio dalla profonda convinzione dell’importanza dell’export e dalla necessità di dotare le imprese del settore strumenti utili per capire e interpretare le opportunità di business nasce la decisione di Assica di partecipare al progetto Esportare la Dolce Vita 2016.
Il rapporto, realizzato da Confindustria in partnership con Prometeia, oltre a fornire informazioni preziose sui mercati emergenti e a dare una previsione di crescita dei nostri salumi BBF su questi mercati fino al 2021 contiene spunti e chiavi di lettura importanti anche per tutti quei soggetti che nelle Istituzioni sono chiamati a sostenere il processo di internazionalizzazione delle nostre imprese e a favorire la crescita del Made in Italy all’estero.

Le barriere non tariffarie principale ostacolo alle esportazioni di salumi BBF nei mercati emergenti

Secondo il rapporto Confindustria-Prometeia nel 2021 le esportazioni italiane di salumi BBF verso i nuovi mercati arriveranno a 42 milioni di euro, in crescita di 5,6 milioni rispetto al 2015. La domanda di salumi BBF proveniente dai nuovi mercati crescerà del 15% nei prossimi sei anni, a un ritmo di poco superiore a quello previsto per i mercati maturi (12%).
Nonostante il dato incoraggiante il peso dei nuovi mercati sull’export italiano di salumi BBF rimarrà ancora modesto (3,7%), a causa delle forti limitazioni al commercio di questi beni.
Le esportazioni di salumi BBF, infatti, da un lato si trovano a fare i conti con limitazioni che vanno da divieti all’importazione ai dazi elevati fino alle barriere non tariffarie; dall’altro con la necessità di poter contare nel Paese di destinazione di una dotazione logistica e commerciale idonea a gestire la catena del freddo.
Nonostante tutti questi elementi abbiano un loro peso specifico, dal Rapporto emerge chiaramente come gli ostacoli più importanti all’esportazione dei salumi BBF nei mercati emergenti al di fuori della UE siano rappresentati dalle barriere non tariffarie.

La presenza di alcune malattie esclusivamente animali - che non coinvolgono in nessun modo l’uomo - localizzate in poche Regioni d’Italia (Calabria, Campania e Sardegna) viene, infatti, addotta dalle Autorità sanitarie di alcuni Paesi terzi come motivazione per vietare l’importazione di salumi e carni suine da tutto il territorio italiano o per permettere l’ingresso dei soli prodotti garantiti dall’aver subito processi di trasformazione come la lunga stagionatura (anche oltre i 400 giorni) o la cottura, con la preclusione di questi mercati alle produzioni italiane a media o breve stagionatura (coppe, pancette e salami) e il depotenziamento delle opportunità commerciali dell’offerta BBF nazionale.
Inoltre, molti nuovi mercati permettono l’ingresso esclusivamente ad aziende espressamente autorizzate (e non a tutti gli stabilimenti italiani) al termine di procedimenti spesso lunghi e costosi.

Tutti questi fattori rischiano nei prossimi anni di ridimensionare il posizionamento dell’Italia a favore dei concorrenti europei (Spagna in primis) e dei produttori locali.
Il freno alle nostre esportazioni di salumi, dunque, non è rappresentato da una mancanza di domanda ma da un problema di accessibilità.

Le opportunità di export e le stime realizzate da Confindustria e Prometeia potrebbero essere decisamente più consistenti se ci fosse una maggiore liberalizzazione degli scambi. Se diminuissero le limitazioni all’import, le imprese italiane potrebbero aumentare la gamma di prodotti offerti con una conseguente maggiore penetrazione nei mercati, come dimostrano le esperienze maturate su altri mercati, come ad esempio il Canada.
Anche la diminuzione dei dazi, oggi pari in media al 23% nei nuovi mercati, comporterebbe un grande vantaggio perché aumenterebbe la competitività dei salumi BBF dal punto di vista dei prezzi. Secondo le elaborazioni di Esportare la Dolce Vita, per ogni punto di dazio applicato le esportazioni italiane di salumi BBF subiscono una penalizzazione del 3,3%. Nell’ipotesi di allineamento della tariffa media dei nuovi mercati (23,1%) a quella del Giappone (7,2%), Paese maturo e sufficientemente aperto, le nuove opportunità di export per le imprese italiane nel 2021 sarebbero pari a 65 milioni di euro, il 53% in più rispetto al livello stimato nel 2021 con l’attuale sistema di tariffe.

Dal punto di vista dei mercati, il rapporto evidenzia come la crescita maggiore per i salumi BBF sarà ancora una volta condizionata dalle barriere non tariffarie.

La Polonia continuerà a essere il primo mercato emergente per i salumi BBF con 11 milioni di euro di import dall’Italia, grazie a un incremento di 2 milioni rispetto ai livelli del 2015 (+16% in sei anni). L’assenza di barriere commerciali e la presenza di una dotazione di infrastrutture commerciali e logistiche attrezzate per gestire la catena del freddo rendono, infatti, la Polonia il Paese più accessibile tra i trenta nuovi mercati, tanto da assorbire oltre un quarto dell’export di salumi BBF destinato ai mercati emergenti. l’Italia in Polonia si colloca in seconda posizione in crescita di 8 punti dal 2010 dietro alla Germania che appare, invece, in calo. La positiva evoluzione della quota italiana e il differenziale di prezzo che ne caratterizza l’offerta rispetto a quella tedesca evidenzia come la domanda polacca si stia orientando verso beni a maggiore contenuto qualitativo favorendo le produzioni di Italia e Spagna.

Il Brasile vedrà nel 2021 un consolidamento della propria seconda posizione tra i nuovi mercati per import di salumi BBF con 6,2 milioni di euro di acquisti dall’Italia, grazie a un incremento di 500mila euro dai livelli del 2015. Su questo mercato, lontano geograficamente ma vicino culturalmente, l’Italia risulta essere leader di mercato, con una quota sulle importazioni di salumi BBF del 47,4% nel 2014, seguita a breve distanza dalla Spagna e al terzo posto dal Portogallo. Sul mantenimento del posizionamento dell’Italia su questo mercato incombono diversi rischi: in primo luogo il lieve calo registrato dalla quota italiana rispetto al 2010 (-0,6%) e in secondo luogo alcuni rallentamenti burocratici che hanno creato ritardi nelle procedure per l’autorizzazione all’esportazione degli stabilimenti italiani e per la registrazione di prodotti ed etichette.

La Russia sarà il terzo più grande mercato per le imprese BBF nazionali. Le importazioni dall’Italia arriveranno a 4,5 milioni di euro. L’aumento dell’import di solo il 9% in sei anni – rileva lo studio – riflette le deboli prospettive di crescita dell’economia russa e gli effetti dell’embargo deciso dalla Federazione Russa. Stando alle stime realizzate, nei prossimi anni difficilmente saranno recuperati i livelli precedenti alla chiusura del mercato. La crescita comunque ci sarà e le proiezioni appaiono plausibili considerando il carattere artificiale e temporaneo dei freni all’export e l’evoluzione positiva dell’offerta italiana di salumi BBF. Le imprese italiane nel 2014 avevano, infatti, conquistato la leadership in Russia, raddoppiando la quota di mercato (dal 13,5 al 26,2% tra il 2010 e il 2014), al contrario delle spagnole, in quinta posizione tra gli esportatori nel mercato russo e in calo nel periodo 2010- 2014.

Buone notizie arrivano anche dagli Emirati che nel 2021 consolideranno la quarta posizione tra gli importatori di salumi italiani BBF con 3,7 milioni di euro di acquisti (+650mila euro rispetto ai livelli del 2015). In presenza di barriere culturali e religiose le maggiori opportunità per le imprese del nostro settore continueranno ad essere legate alla bresaola, mentre gli altri salumi sono destinati soprattutto a soddisfare la domanda turistica e quella dei lavoratori occidentali. A favorire la crescita delle esportazioni di salumi italiani sarà l’elevata accessibilità del mercato e la positiva evoluzione del posizionamento dell’Italia. Le imprese italiane hanno, infatti, conquistato la sesta posizione, con una quota di mercato sull’import del 7,8% nel 2014, in crescita dal 5,2% del 2010.

Quinto posto per l’Ungheria che nel 2021 importerà 3,4 milioni di euro di salumi BBF. In questo caso a pesare sull’evoluzione delle esportazioni italiane di salumi BBF non saranno le barriere non tariffarie, perché essendo un Paese della UE non vi sono particolari restrizioni, quanto la composizione stessa della domanda ungherese che sembra essere indirizzata verso prodotti a minor valore aggiunto come suggeriscono il sesto posto dell’Italia nella classifica dei fornitori e l’assenza della Spagna nelle prime sei posizioni.

La Cina nel 2021 importerà dall’Italia 2,3 milioni di euro di salumi BBF, con un incremento di 480mila euro rispetto ai livelli del 2015, risultando uno dei mercati più dinamici (+27% in sei anni). Un risultato questo che potrebbe riservare sorprese. Su questo mercato - sottolinea il rapporto - oltre alle difficoltà legate all’operatività delle imprese, sintetizzate nel basso Doing business e a un sistema logistico e distributivo frammentato, il freno maggiore per l’export di salumi BBF è rappresentato dalle elevate barriere non tariffarie.
Al momento, infatti, la vendita di salumi BBF italiani su questo mercato è possibile solo da pochi impianti italiani autorizzati dalle istituzioni cinesi ed è limitata al prosciutto crudo stagionato almeno 313 giorni e ai prodotti cotti. Se il lavoro che il Ministero della Salute sta conducendo per ottenere l’estensione delle autorizzazioni a prodotti a breve stagionatura e carni suine avesse successo, la crescita potrebbe presentare una accelerazione ancora maggiore. Nonostante il mercato cinese sia di difficile accesso, il lavoro evidenzia come l’Italia non sia rimasta ferma in questi anni posizionandosi al quinto posto nella classifica degli esportatori sul mercato cinese con una quota di mercato del 2,2% nel 2014 e migliorando la propria quota export nell’ultimo quinquennio (era lo 0,7% del 2010). Miglioramento che rimane comunque contenuto rispetto a quanto fatto dai principali concorrenti europei, in particolare, Spagna e Francia. La distanza tra le quote italiane e quelle dei competitor europei evidenzia inoltre come poter contare su un’offerta completa di gamma e beneficiare del veicolo della ristorazione oltreché su grandi catene distributive e sul veicolo del turismo; tutti aspetti nei quali l’Italia risulta indietro.