24 Febbraio 2026
Politiche alimentari e regolazione pubblicitaria: il caso Amsterdam
(Di Pietro Paganini)
Come previsto già diversi anni fa, il cibo è diventato il nuovo tabacco. Non per analogia sanitaria, ma per l’approccio politico che gli viene applicato: progressiva delegittimazione culturale, restrizioni pubblicitarie, obiettivi di vendita “corretti”, pressione regolatoria indiretta sulle imprese e, soprattutto, una riduzione dello spazio di scelta individuale. È in questo contesto che si inserisce la decisione della città di Amsterdam di vietare la pubblicità della carne negli spazi pubblici, motivata dall’obiettivo dichiarato di ridurre l’impatto climatico dei consumi alimentari e contribuire alla tutela della salute pubblica. Secondo l’amministrazione, limitare la visibilità della carne negli spazi urbani dovrebbe favorire scelte alimentari ritenute più sostenibili e coerenti con gli obiettivi ambientali della città.
Il provvedimento riguarda cartelloni, pensiline del trasporto pubblico e schermi digitali. Restano esclusi i media privati e i punti vendita, ma il segnale politico è inequivocabile. La decisione, che non rappresenta una novità nel contesto olandese, non è isolata neppure a livello internazionale. Si inserisce in una traiettoria regolatoria già consolidata altrove, in particolare nel Regno Unito, che da anni costituisce un laboratorio avanzato di politiche alimentari di tipo paternalistico. Dopo l’introduzione dei bollini fronte pacco a semaforo, predecessori del Nutri-Score, il governo britannico ha vietato la pubblicità degli alimenti cosiddetti HFSS (ricchi di grassi, sale e zuccheri) prima delle 21 e online, e sta valutando l’introduzione di “healthy targets” per i retailer, insieme all’utilizzo di indicatori medi per valutare ciò che viene venduto. Formalmente nessun alimento è vietato. Nella sostanza, però, il mercato viene orientato.
Queste politiche non nascono nel vuoto. Si collocano in un quadro più ampio, fortemente influenzato dall’approccio di una parte della comunità scientifica vicina all’OMS, che tende a semplificare fenomeni complessi come obesità e malattie cardiovascolari riducendoli a singoli nutrienti, categorie alimentari o punteggi sintetici. Una semplificazione funzionale alla regolazione, ma distante dalla realtà dei comportamenti, delle culture alimentari e della responsabilità individuale. In molti casi, tali politiche sono prive di basi scientifiche solide, come dimostra l’esperienza ormai consolidata della tassazione sullo zucchero: impatto trascurabile sulla salute pubblica, costi molto elevati per imprese ed economia.
Amsterdam diventa così la prima capitale europea a colpire direttamente un alimento specifico, allineandosi a Stati e regioni che negli anni hanno già preso di mira bevande alcoliche, vino compreso, e singoli nutrienti come lo zucchero. Non per ragioni di sicurezza o di informazione ingannevole, ma per presunti obiettivi climatici e di salute pubblica. È qui che emergono le principali criticità.

PRESUNTI OBIETTI VI CLIMATICI E DI SALUTE PUBBLICA
Sul piano ambientale, l’argomentazione secondo cui la produzione di carne sarebbe intrinsecamente incompatibile con la sostenibilità è quantomeno discutibile. Il dibattito sul metano è emblematico: a differenza della CO₂ di origine fossile, il metano prodotto dagli allevamenti rientra in un ciclo biologico relativamente breve, parte di un carbon cycle “corto”, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Ridurre una questione complessa a uno slogan rischia di generare cattive politiche, non soluzioni efficaci.
È legittimo che i Paesi Bassi investano, per ragioni ambientali, di innovazione o di strategia industriale, nelle proteine alternative; ciò non può tuttavia tradursi nella discriminazione di un alimento che accompagna l’umanità lungo tutta la sua evoluzione. Criticità analoghe emergono anche sul fronte della salute pubblica. Questo approccio finisce per oscurare le caratteristiche nutrizionali specifiche della carne, che fornisce nutrienti essenziali difficilmente reperibili con la stessa densità in altri alimenti.
Le istituzioni dovrebbero promuovere diete equilibrate, diversificate e culturalmente radicate, non scoraggiare il consumo di singoli alimenti. Il consumo eccessivo, di qualunque alimento o nutriente, è un problema; il consumo in sé no. Confondere i due piani significa abbandonare l’educazione per adottare un’impostazione prescrittiva che riduce la complessità del cibo a categorie morali. Il caso di Amsterdam è, inoltre, paradossale. Una città che si presenta come simbolo di liberalismo, nota per la liberalizzazione delle droghe leggere e della prostituzione, finisce per adottare un approccio fortemente prescrittivo in ambito alimentare. Come già osservato nel Regno Unito, il liberalismo si arresta dove inizia l’ideologia.

QUANDO IL CIBO DIVENTA IL NUOVO TABACCO
Il punto non è la carne. È il precedente. Una volta accettato il principio secondo cui un’amministrazione può decidere quali alimenti meritano visibilità nello spazio pubblico e quali no, il perimetro può facilmente ampliarsi: formaggi, salumi, vino, zuccheri, grassi, con effetti potenzialmente rilevanti sull’intera filiera agroalimentare tradizionale e sulle imprese, in particolare piccole e medie, che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo europeo. Dal punto di vista dell’efficacia, il bando appare in larga misura simbolico.
La quota di pubblicità della carne negli spazi pubblici è marginale e l’impatto reale sui consumi difficilmente misurabile. Dal punto di vista culturale e politico, invece, il segnale è forte: il passaggio da politiche di educazione a politiche di normalizzazione delle scelte. Le conseguenze non intenzionali possono essere significative, a fronte di risultati modesti per ambiente e salute. È quanto già osservato con strumenti come la tassa sullo zucchero o i sistemi di etichettatura fronte pacco: benefici marginali, costi elevati.
Il problema è che questo approccio si sta diffondendo in Europa e rischia di consolidarsi attraverso il Safe Hearts Plan, il piano della Commissione europea per ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari. Il pericolo è l’avvio di una nuova stagione di divieti, tasse e vincoli che non affrontano le vere cause del problema, radicate nella complessità degli stili di vita, non nel singolo alimento. Quando il cibo diventa il nuovo tabacco, non è solo una questione di dieta: è una questione di libertà, di modello di società e di fiducia nei cittadini.
